Oltre la materia trascende l’etereo e così, al di sotto del derma che ricopre l’essere materiale, stipato negli interstizi insidiosi di mente e cuore vi è ciò che, barbaramente, vien definito “animo”.

L’analisi di quest’ultimo potrebbe essere relativamente semplice se potessimo avvalerci dei nostri cinque umani sensi ma, così come l’acqua limpida se toccata da mani sporche vien contaminata, allo stesso modo, la più alta forma di purezza, sarebbe corrotta, nonché profanata nella sua più profonda intimità.

E se ciò che io affermo, non corrispondesse al vero? Se fosse possibile esplorare con tatto, udito, vista, gusto ed olfatto l’incorporeità?

L’effetto che otterremmo sarebbe un offuscamento parziale della realtà come quando, immergendo le caviglie nel mare, ne scorgiamo chiaramente il fondo ma, se l’acqua ci sommergesse completamente, il senso della vista subirebbe una distorsione, riuscendo a catturare la superficialità dell’ambiente circostante e mancando le parti caratterizzanti.

Gli occhi, dunque, sono solo una lastra di vetro volta su di un mondo di cartapesta, superfluo e che funge da separatore tra “materia” ed “etereo”.

Tuttavia, accade una cosa molto interessante, a mio parere, nel momento in cui astratto e concreto, assottigliano i propri confini, quasi fino a confluire l’uno nell’altro: l’uomo diventa l’anello di congiunzione, carceriere della sua corporeità, prigioniero della propria cella eterea.

Questo è quello che si nasconde dietro le costellazioni familiari di Hellinger.